Olbia
Tempio Pausania

Milano ospita la nuova mostra antologica di Andrea Chessa, scultore e pittore tempiese

ANDREA CHESSA Lo spazio della materia

A cura di Alberto Barranco di Valdivieso

Una mostra antologica di Andrea Chessa, scultore di Tempio Pausania (1972), a cura dello storico dell’arte e critico milanese Alberto Barranco di Valdivieso, è allestita nello storico spazio per l’arte e la cultura contemporanea in pieno centro a Milano (la zona dei Navigli), galleria che ha visto passare in ormai trent’anni i maggiori artisti italiani (Arnaldo Pomodoro, Pino Spagnulo, Sergio Dangelo, Mauro Staccioli, Angela Occhipinti, Valentino Vago, Mario Raciti, Sergio Nangeroni, Emilio Tadini, e i sardi Giovanni Campus, Italo Antico, Stefano Soddu…), grandi fotografi (Enrico Cattaneo, Fabrizio Garghetti,
Mario Giacomelli, Mario De Biasi…), intellettuali e poeti (Carlo Castellaneta, Philippe Daverio, Gerard-Georges Lemaire, Alda Merini, Miklos Varga, Alberto Veca, Roberto Sanesi…).
Chessa è un artista visivo sardo che si proietta oltre i confini isolani affrontando una espressione plastica scultorea cosmopolita senza però dimenticare le origini in una terra, la Sardegna che, nel secondo dopoguerra, nell’ambito del linguaggio contemporaneo, ha espresso nell’arte (pittura e scultura) una ricerca capace di coniugare modernità e radice autoctona. L’isolamento geografico dell’isola non ha prodotto chiusura, piuttosto una relazione profonda tra uomo, materia e paesaggio. Eppure, gli artisti sardi hanno saputo progressivamente abbandonare ogni folklorismo per approdare a ricerche originali e
sperimentali, come spiega il curatore nello scritto critico del catalogo: da Costantino Nivola a Maria Lai,sino alle generazioni successive, la scultura sarda ha progressivamente trasformato l’immaginario vernacolare in linguaggio plastico contemporaneo, superando l’etnografia per approdare a una dimensione simbolica e universale, nella quale la tradizione non viene citata, ma trasformata in dispositivo
creativo, in materia concettuale e poetica. La scultura così diventa – scrive Barranco – spazio, relazione,
installazione, segno, mantenendo però una forte impronta materica e una tensione antropologica che
rimane una delle caratteristiche più riconoscibili della ricerca artistica isolana. Le generazioni più recenti,
come nel caso di Chessa, cresciute in un sistema dell’arte ormai internazionale, ereditano questo humus
culturale ma ne superano ancora di più gli aspetti narrativi e identitari più espliciti, utilizzando materiali,
memoria e paesaggio come elementi di partenza per una ricerca visiva aperta e non didascalica. In
questo contesto la sardità non è più tema, ma struttura profonda dello sguardo: non racconto etnografico,
ma grammatica silenziosa della forma. È in questo terreno culturale e poetico che si colloca il lavoro delle
nuove generazioni di scultori sardi, tra cui Andrea Chessa, la cui ricerca si inserisce in questa continuità
trasformandola in linguaggio contemporaneo autonomo.
Nella scultura di Andrea Chessa la materia diventa memoria e strumento per osservare il presente. La
sua ricerca ruota attorno a due nuclei costanti: la memoria e il valore simbolico dei materiali, affrontati
attraverso cicli di lavoro che ritornano su precise cifre materiche — ferro, rame, lana, giunchi, impronte su
gesso — costruendo una poetica che, pur partendo da un orizzonte povero-concettuale, si apre a un
linguaggio originale e aperto allo spazio dell’esperienza.
Come scrive Alberto Barranco di Valdivieso, «la sardità diventa così, per Chessa, vera materia plastica»,
non tema narrativo ma sostanza formale, energia interna dell’opera. In lavori come “Col-lana” (2023) la
lana compressa dentro strutture ortogonali in ferro genera un contrasto tra materia organica e disciplina
geometrica: l’opera non si esaurisce nell’oggetto ma nello spazio che attiva, diventando esperienza
trasformato l’immaginario vernacolare in linguaggio plastico contemporaneo, superando

percettiva. In “Lingua di fuoco” (2019) il ferro ritorto conserva la memoria della fiamma che lo ha generato,mentre in “Ri-emergere” (2019) le impronte delle isportas si trasformano in segni archeologici sospesi tra memoria e forma. Opere come “Germogli” (2018) e “Ri-volgere” (2017) mettono invece in relazione natura, lavoro umano e memoria materiale, in un equilibrio tra archeologia industriale e forma poetica.
Come scrive ancora Alberto Barranco di Valdivieso, «questa mostra parla

di trasfigurazione della memoria»: la materia diventa luogo in cui origine e presente si inontrano tracciando la via verso una narrazione del sogno, dell’immaginazione più libera di un futuro possibile, oltre le tradizioni, oltre lamemoria stessa, “un’azione libera dai lacci della storia che abbraccia echi di una poesia universalededicata al mondo”.

L’opera di Chessa resta così sospesa tra reperto e forma, tra memoria e percezione. Perché, in fondo,
l’origine non è ciò che sta dietro di noi, ma ciò che continua a spingerci avanti: non memoria del cammino,ma promessa delle orme che il nostro tempo ci chiama a lasciare.

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