La Regione Sardegna prova a “gestire” la questione della Posidonia spiaggiata, che è uno degli effetti visibili della transizione verso condizioni climatiche e quindi ambientali stravolte dall’aumento delle temperature e dalle sue conseguenze. Non sto parlando della Posidonia oceanica, perché purtroppo ancora si tende a farne un discorso unico, sottovalutando le foreste che ancora vivono nei nostri mari e sopravvalutando la posidonia spiaggiata che è a tutti gli effetti (e da molti anni classificata tale) un rifiuto speciale o urbano. E non sto parlando delle banquettes che hanno svolto in passato un ruolo importantissimo sull’assetto geomorfologico della costa e che si modificano in base al moto ondoso. Ma sto parlando di un problema nuovo, trattato però come fossimo a vent’anni prima e senza minimamente considerare l’alterazione strutturale di ogni processo marino e costiero che il cambiamento climatico tra producendo e che richiede risposte aggiornate a dati attuali e una nuova visione di quello che potrà essere lo sviluppo turistico delle zone costiere e la tutela dell’ambiente. Della gestione degli accumuli, in un contesto di modifiche sostanziali dell’ecosistema marino causate dall’aumento esponenziale della temperatura del mare e dall’ammasso smisurato rispetto al passato di posidonia spiaggiata che il moto ondoso non riesce più a “gestire”, ne scrive e ricerca da molti anni l’Ispra (importante istituto di ricerca oggi dequalificato perché presieduto da una trombata leghista) che si è occupata delle praterie dei fondali marini ma anche delle banquettes ovvero della posidonia spiaggiata. Una indagine conoscitiva del 2007 sul fenomeno degli spiaggiamenti lungo le coste italiane e sulle attività gestionali adottate, ha evidenziato come la modalità gestionale maggiormente adottata dai comuni costieri, al fine di rendere fruibili le spiagge, sia la sua rimozione e il conferimento in discarica, prima e durante la stagione balneare. Tale pratica, comporta però anche la rimozione di grandi quantità di sabbia che rimane intrappolata nelle banquettes inducendo le Amministrazioni locali a successivi interventi di ripascimento delle spiagge e di protezione della costa dall’erosione. La procedura è corretta alla luce della Circolare del Ministero dell’Ambiente del 2006 “Gestione della Posidonia spiaggiata” in cui veniva riconosciuto il ruolo ecologico della banquette e di protezione delle spiagge dall’erosione ma indicava anche le possibili soluzioni gestionali: mantenimento in loco delle banquettes; spostamento degli accumuli nell’ambito della stessa spiaggia o su spiagge poco accessibili o non frequentate da bagnanti o su spiagge particolarmente esposte all’erosione; rimozione permanente e trasferimento in discarica secondo la normativa vigente. Proprio per limitare/evitare gli interventi di rimozione delle banquettes con le prevedibili conseguenze negative per l’ecosistema spiaggia, l’Ispra proponeva già nel 2010 il modello di “SPIAGGIA ECOLOGICA” ovvero un nuovo strumento di gestione degli accumuli di Posidonia spiaggiata che tendeva sia a sottrarre la biomassa spiaggiata dal ciclo dei rifiuti e sia a valorizzarla dal punto di vista ecologico e funzionale nell’ambito dell’ecosistema spiaggia. Il nuovo approccio prevedeva l’impiego di tecnologie e processi innovativi già sperimentati per il riutilizzo dei residui spiaggiati della pianta marina in vari ambiti produttivi e commerciali (es. compost, pannelli isolanti, cosmesi, riempimento di sedute ecc.). A questo si è aggiunta oggi e proprio in Sardegna la costruzione di un centro ecologico situato nella zona industriale di Alghero, inaugurato a maggio del 2026 per trasformare gli scarti vegetali delle spiagge in risorse utili. L’investimento, costato circa 5 milioni di euro con fondi PNRR permette di “lavare” la sabbia e recuperarla, restituendo fino al 60% della sabbia pulita agli arenili di origine. Inoltre ricicla la posidonia morta per l’agricoltura, contro l’erosione o per pannelli isolanti.

Un passo avanti e una visione coordinata e circolare della gestione della posidonia spiaggiata. Cos’è che frena in questo piano? Proprio il Piano regionale promosso dall’assessorato all’Ambiente che sembra “copiare e incollare” schemi vecchi e mai aggiornati per la “conservazione“ (un concetto ormai superato dagli eventi) degli ecosistemi costieri, negando il fatto che purtroppo oggi si tratta di un’emergenza, se si vuole provare a sviluppare un turismo sostenibile e una fruizione qualificata dell’offerta regionale e dichiarando di voler “governare” il fenomeno in modo organico laddove confonde la Posidonia oceanica (che è la pianta dei fondali) con la posidonia spiaggiata, ovvero quella ormai morta. “La Posidonia oceanica, infatti, non è un rifiuto ma una pianta marina” specifica il Piano, ma si continua a considerare la Posidonia oceanica il fenomeno delle spiagge: “Con l’approvazione degli indirizzi operativi prende così il via un percorso che punta a coniugare tutela ambientale, sviluppo turistico e adattamento ai cambiamenti climatici attraverso una gestione scientifica e sostenibile della Posidonia oceanica”. Il Piano prevede un Ufficio ad hoc e dei fondi di spesa. Bene. Ma forse sarebbe bene partire non con il piede sbagliato e non confondere la Posidonia oceanica con i suoi resti spiaggiati: perché per la prima serve più tutela e protezione, mentre per la seconda serve un piano di smaltimento ecosostenibile. Farne un discorso unico degrada la prima e nobilita la seconda. Più precisione please!

